Il verdetto

Siamo tutti lì che cerchiamo di tenere i piatti in equilibrio per aria e,

quando ci riusciamo,

non possiamo distogliere lo sguardo

e siamo costretti ad andare avanti,

senza fermarci.

 

Inizialmente non capii perché stesse sussurrando quelle parole. Ero frastornato. Le ultime ore sembravano avviluppate nella nebbia ed i miei sensi facevano fatica a riprendere contatto con la realtà. Chiusi gli occhi e provai a concentrarmi: come eravamo finiti in quella situazione? Due corpi sudati, ansimanti, rinchiusi in un piccolo armadio in mezzo a vestiti che non conoscevo e da cui proveniva un vago odore di muffa. “Ti fa male?” disse e io continuai a non capire. “Cosa dovrebbe farmi male?” risposi. Era visibilmente preoccupata, anche se usare l’aggettivo visibilmente non fosse propriamente una scelta azzeccata. Nella penombra, infatti, riuscivo a malapena a scorgere il suo viso. Tuttavia, e questa constatazione mi preoccupò molto, c’era qualcosa nella sua voce che ricordava le nostre lunghe notti d’inverno, quelle lunghe ore passate a piangere di nascosto nella sua stanza, come se da un momento all’altro il mondo potesse annientarci. “Che cosa ci facciamo qui?” domandai piano. “Come? Non ti ricordi?” rispose. Rimasi zitto e lei, esitante, dopo qualche secondo, continuò. “Qualcuno ci ha scoperto. Ti hanno sparato ma siamo riusciti a scappare, a nasconderci qui. Dobbiamo rimanere in silenzio. Loro ci stanno ancora cercando”. Ammetto che di cose nella mia vita ne avevo viste tante, alcune delle quali anche molto singolari, ma non c’era niente o nessuno che mi avesse insegnato a reagire alla frase “ti hanno sparato”. Tre semplici parole, in sé molto banali, ma che combinate in quell’ordine suonavano decisamente minacciose. “Allora” ripeté lei “sei sicuro di non sentire nulla?”. Aspettai qualche minuto prima di rispondere, mi guardai attorno ed ebbi come l’impressione che quel posto non vedesse luce da secoli. Decisi a quel punto di ispezionare il mio corpo, tastandolo con le mani in cerca di qualcosa che lo collegasse allo sparo. In effetti, ed anche questa constatazione si rivelò tutt’altro che consolante, mi accorsi che nel mio petto c’era qualcosa di strano, a meno che un buco all’altezza del cuore potesse essere chiamato normale. La maglietta era colma di sangue e dal foro continuava ad uscirne. Pensai che premere con forza sul petto fosse una buona idea. Fu allora che realizzai ciò che qualche minuto prima avevo già detto. In realtà, da una parte, mi accorsi che cosa avrebbe dovuto farmi male ma, di fatto, dall’altra, la sostanza della mia prima risposta non cambiava: non sentivo dolore. O meglio, qualcosa sentivo ma questo qualcosa era semplicemente una percezione legata alla fisicità dello sparo, alla conseguenze materiali che lo sgorgare sangue dal mio corpo causava. “No, non sento nulla” risposi. Lei parve sollevata. Sospirò a lungo e mi strinse forte la mano. Detto tra noi, non penso avesse capito se mi avessero colpito ed, in caso, dove mi avessero sparato. Fu nel momento in cui si avvicinò per darmi uno dei suoi baci caldi e rassicuranti che sentii dei passi seguiti da impercettibili sussurri. “Sono loro” affermò con voce rotta. “Ho paura. Stringimi”. Non so se fosse dovuto al sangue che avevo perso, alla situazione assurda in cui ci eravamo cacciati o all’amore viscerale che provavo per lei ma per un attimo rinnegai tutto. Rinnegai lei. Rinnegai il nostro amore. Rinnegai i nostri figli. Pensavo infatti che rinnegando così intensamente, il tempo sarebbe potuto tornare indietro, che io sarei potuto tornare al giorno in cui l’avevo conosciuta per poi non conoscerla più. Rinnegare l’amore della mia vita per far sì che esso non venisse inghiottito dalle conseguenze dei miei sbagli. Mi concentrai molto. Passarono interi minuti ma quando riaprii gli occhi avevo ancora il suo corpo vicino al mio, in attesa di un abbraccio, nella tenue luce che proveniva dalla stanza. “A che cosa stai pensando?” bisbigliò. “A quanto ti amo ed a cosa sarei disposto a rinunciare pur di continuare a proteggerti” risposi fingendo poesia. Nelle mie parole però c’era solo paura, una paura fottuta che mi stava attraversando il corpo. Lei sorrise ed io fui felice. Potrà sembrare strano ma, nonostante lo sparo, il sangue, la fuga e quegli uomini che ormai erano così vicini, io fui felice. “Cosa vogliono da noi?” mi chiese. Aspettai un secondo e poi risposi. “Non è te che vogliono. E’ me che stanno cercando”. D’un tratto capii quanto le mie parole potessero sembrare incomprensibili. Ma gli uomini si stavano avvicinando, le loro voci si stavano facendo più intense. Non c’era più tempo.

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