Mi sentivo come se i miei contorni si dissolvessero
e mi trasformassi nel mio travestimento,
come se alla fine la mia maschera di gomma da uomo felice
si fondesse con i miei lineamenti
e io diventassi davvero ciò che fingevo di essere.
Quando sottoscrissi il patto con il diavolo, non sapevo bene a cosa stessi andando incontro. In realtà, non conoscevo nemmeno bene i termini del contratto: i benefici che mi avrebbero dovuto rendere Dio e le perdite che questo avrebbe potuto comportare. Non sapevo nulla e, nonostante ciò, afferrai la penna e tracciai in maniera appena leggibile il mio nome. Come se il diavolo potesse essere davvero ingannato in quel modo. Credevo veramente che aver abbozzato leggero ed impercettibile quelle lettere avrebbe potuto rendermi immune dalle conseguenze di quel gesto? Anni dopo capii che non avrebbe fatto alcuna differenza: in quel momento non era la forma ad essere importante ma la sostanza, quell’inchiostro nero come la morte a suggellare le mie catene. Invano invocai più volte davanti al mio tribunale l’attenuante di non sapere, di non essere stato informato dei termini a cui avrei dovuto sottostare ogni giorno. Ancora oggi provo a trovare scuse davanti al mio specchio grande e lucente ma non trovo altro che sabbia macchiata di sangue ed inchiostro ad inceppare i meccanismi della mia mente. Il vero e proprio fulcro del discorso, in realtà, non è se io sia in grado di giustificare me stesso. Grande qualità di noi uomini è, infatti, il riuscire a creare una visione del mondo estremamente liquida e, perciò, adattabile a qualsiasi deformazione interna o esterna. No, non è questo il punto. Il punto è se davvero io sia giustificabile, se sia stato giusto stringere la mano al diavolo senza guardarsi indietro, senza provare prima a squarciare quell’oscurità e vedere cosa ci fosse dietro. Riguardo a questo, prima che la mia mente riesca a trasformare ancora una volta la mia struttura di vita in una nuova forma adatta ai cambiamenti avvenuti, dico che no, non sono giustificabile, che non avrei dovuto mai portare con me penna, inchiostro e foglio e scrivere, seppur inconsapevolmente, la mia condanna a morte. Non sapevo, mi ripeto (e qui sento che qualcosa sta cambiando dentro di me, che sto iniziando a giustificarmi di nuovo), ero piccolo, fragile ed inesperto come solo chi vive per la prima volta può esserlo. Quante vite hai vissuto tu a cui ho affidato queste poche righe? Pensi davvero di potermi giudicare? Io di vita non ne ho vissuta nemmeno mezza ed ancor prima di arrivare alla metà di quella metà mi trovai insieme al diavolo al confine tra la vita e la morte ed ai limiti del tempo e dello spazio a chiedere (quante insidie si celano nelle parole) un piccolo aiuto, una piccola spinta in grado di farmi uscire dal pantano in cui mi stavo rifugiando. Pilastro fondamentale di ogni vita, vennero a dirmi un giorno di tanti anni dopo (il tempismo, ahimè, non sempre è perfetto), è il basarsi su sé stessi, solo sulle proprie capacità, senza costruire legami con gli altri, o meglio, senza che le altre persone possano davvero inficiare sulla tua vita. Ancora, in realtà, faccio fatica a capire questo meccanismo. A volte ci provo (giuro) ma vedo che i miei pensieri si bloccano sempre nello stesso punto: come faccio a provare un’emozione se non mi abbandono agli altri, se non abbasso le mie difese esponendo il mio cuore? In particolare: come si può chiedere di essere amati se siamo noi stessi a recidere in continuazione la rete che ineluttabilmente tessiamo? Forse il problema è che per quanto proviamo a recidere i legami con il mondo per basarsi solo sul proprio pilastro, più il mondo cerca e tenta di riattirarci a sé. I sistemi tendono sempre ad essere inglobanti, a tacciare di tradimento chi si allontani dal suo credo. Ma sto divagando e mi scuso di questo. Mi ero ripromesso di essere coinciso, di far sì che questa notte di nuvole finisse il più velocemente possibile e di riuscire a pubblicare queste memorie prima che io stesso me lo impedissi. Parlavamo di diavolo, firme, patti e trabocchetti prima di far sembrare tutto ciò un ennesimo e insopportabile flusso di coscienza. In realtà, temo di non poterci fare niente, temo che una volta impossessato di me ciò che mi domina inizi a fare a modo suo senza alcuna possibilità di replica. Per questo ho paura di staccarmi da questa tastiera prima di essere arrivato alla conclusione, prima che io stesso riesca ad arrivarci. Diavolo, firme, patti e trabocchetti, dicevamo. Ecco, ora ricordo. Dopo aver sporcato quel foglio con il mio stesso sangue, mi svegliai e pensai di aver fatto un incubo. Infinite volte prima di allora mi era successo e per questo non mi preoccupai. Mi alzai, feci colazione, mi lavai i denti e mi misi a leggere senza in realtà accorgermi che fosse notte fonda e che il sole avesse davanti a sé ancora tante ore di sonno. Forse fu quello il momento in cui avrei potuto cambiare qualcosa, far sì che tornassi indietro, strappassi il contratto e non compromettessi (scrivere per sempre suona troppo drammatico) la mia esistenza. Sarebbe però stato troppo semplice, fin troppo banale. Non ho mai capito se la semplicità e la banalità vadano di pari passo ma soprattutto allora non capii le insidie che celava dietro di sé la complessità. Ma ho sonno e capisco per questo che non è ancora ora di confessare a me stesso ciò che un giorno dovrò pur confessarmi. Il mio corpo si difende ed io non posso fare altro che arrendermi. Forse è ancora troppo pericoloso svelare i miei inconfessabili pensieri. Sono perciò in dovere di scusarmi con te, lettore, per la tanta fatica di essere arrivato fino a qui per niente e con niente in mano.
